“La malattia è un lusso che non mi posso permettere”.

Esordì in questo modo un’amica, dopo aver ascoltato la descrizione di come mi sentivo quella mattina. E aggiunse: “Ho troppe cose da fare, io, non mi posso permettere di rimanere a letto tutto il giorno!”

Una premessa dovuta: condivido i miei problemi di salute solo con quei pochissimi che

  • mi chiedono spontaneamente e sinceramente come sto
  • ritengo abbiano davvero a cuore come mi sento
  • ritengo capaci di ascoltare e accogliere la verità

Se questi requisiti non sono soddisfatti o la situazione non lo consente, col cavolo che racconto i fatti miei. Mi limito a una risposta del tipo: bene, dai, per fortuna il sorriso non mi manca mai.

E quando mi apro, presto attenzione affinché le mie parole siano prive di lamentela, che logora tanto chi la esprime quanto chi la ascolta. L’intento non è neppure quello di chiedere consigli… semplicemente è liberatorio, ogni tanto, poter lasciare andare il proprio sentire a qualcuno che lo vuole ascoltare davvero.

🤔 Questi presupposti c’erano tutti, sulla carta. Ma devo aver sbagliato le mie valutazioni e una simile uscita, devo ammetterlo, mi ha davvero spiazzata.

 

“La malattia è un lusso che non mi posso permettere” è diventata, ormai da anni, una delle mie frasi preferite su cui riflettere.

😡 Le prime fasi della mia riflessione, devo ammetterlo, hanno ruotato attorno alla persona che l’ha proferita, perché l’ho presa male, mi sono sentita profondamente ferita, e volevo scaricare la mia rabbia svelandone i difetti.

Quelle parole mi hanno raccontato di una persona egocentrica.

In effetti, non perdeva occasione per enfatizzare la sua perfetta forma fisica, il suo scoppiare di salute, il suo mangiar sano, la sua capacità di studiare e integrare con prodotti perfetti conosciuti solo da lei… Salvo, poi, ignorare di avercelo pure lei qualche problemino, se non sul piano fisico ad altri livelli.

Ma chi sono io per giudicare? In fondo, come diceva uno dei miei insegnanti, siano tutti normo-psichiatrici. E quella sua “follia” la rendeva ai miei occhi amabile e molto “umana”. Fino alla fatidica frase

Apparteneva a quella specie di persone che ritiene che, se ti ammali, è colpa tua.

Perché non ti sei ascoltato, non hai mangiato bene, non sei soddisfatto della tua vita, hai un karma da scontare, chissà cos’hai combinato nelle tue vite passate e cose così. Che, se già la tua malattia non dovesse darti abbastanza filo da torcere… aggiungiamocelo anche quel pizzico di senso di colpa!

Sì, quella frase mi ha raccontato, in prima battuta, molto più della persona che l’ha proferita piuttosto che di me stessa.

Del suo sforzo per avere tutto sotto controllo. Del suo darsi sempre un gran da fare, avere i piedi in mille scarpe, iniziare un mare di progetti e collaborazioni, che nascondevano il suo bisogno di dimostrare la sua forza e le sue capacità, di essere riconosciuta dagli altri, e la paura di fermarsi, Dio non voglia, ad ascoltare quei vuoti dentro di sé, che tentava di colmare in ogni modo.

E allora, sfogata la rabbia, veniamo finalmente a me. Cosa mi può raccontare questa frase? Cosa posso trarne?

 

🔦 Ecco che, sotto una nuova luce, ho scovato perché la malattia può essere davvero considerata un lusso.

La malattia è un lusso per pochi eletti.

Perché, se è vero che Dio dispensa solo esperienze che siamo in grado di sostenere, allora tanto più grave è la malattia e tanto più il malato è un eroe. E, infatti, di Gesù Cristo ce n’è stato uno solo.

La Malattia è un lusso, perché ti consente di fermarti e di ascoltarti, laddove la società o le tue condizioni interne te lo impediscono.

La Malattia è un lusso che ti mette a contatto con le tue fragilità, la tua fallibilità… ti obbliga a lasciare andare il controllo e ti dona la forza di chiedere aiuto, perché da solo non ce la fai più.

Ti fa prendere coscienza che non sei superpotente, non sei immortale… e non c’è ragione per cui tu debba provare a esserlo!

La malattia è un lusso perché ti fa comprendere che, nel momento in cui hai paura di essere un peso per gli altri, questi si sentono onorati nel poterti aiutare e stare vicino. Che, in realtà, stai dando anche a loro una opportunità… Ovviamente parlo di quelli che restano, di solito pochi ma buoni, perché la malattia e il dolore fanno paura e funzionano con le persone come il migliore dei giardinieri in fase di potatura dei rami.

La malattia è un lusso perché ti dona tempo, scagionandoti dai giudizi degli altri. Già, perché se ti prendi tempo per stare solo con te stesso, per prenderti cura di te in condizioni “normali” sei additato come un fannullone, uno che non ha voglia di lavorare e di impegnarsi… ma se sei a casa in malattia, allora… Peccato che poi la maggior parte di questo tempo la sprechi tra chiamate interminabili ai centralini, in coda ai centri di prenotazione, a rispiegare per l’ennesima volta al tuo medico di base che deve inserirlo quel benedetto codice esenzione, altrimenti perdi alcuni diritti che ti spettano e tutto si fa più complicato…

La malattia è un lusso perché non è affatto una punizione o l’esito di una colpa: è un destino, è una esperienza.  

Non esiste un destino migliore o peggiore, esiste il tuo destino. Non esiste una esperienza migliore o peggiore, esiste la tua esperienza.

E la malattia è una esperienza in grado di allenare un sacco di qualità, come l’umiltà, la pazienza, la presenza; come la comprensione del dolore: quello fisico, quello dell’orgoglio, quello dell’anima e quello della mente; come la gentilezza, perché impari a trattare gli altri così come tu vorresti essere trattato, evitando frasi o gesti maldestri che sai possono facilmente ferire chi è già tanto vulnerabile.

E poi la malattia è un processo.

Un processo che funziona sempre, che porta sempre i suoi frutti, indipendentemente dal risultato. Voglio dire che, se anche ti porta alla morte, in realtà potrebbe donarti la guarigione. Qualcuno dice infatti che andrebbe chiamata “benattia” poiché è un processo che porta al bene. Il corpo, quello lo sappiamo, prima o poi dovrà morire.

Per questo è un approccio sbagliato quello di affrontare la malattia come una “lotta”, a muso duro. Cosa combatti? Una parte di te? Un male che vuoi strappare via? Semmai dovresti accoglierla: è un’amica che viene a farti visita, magari una di quelle poco gradite perché sai che non ha peli sulla lingua e ti dice tutto quello che ti meriti, ti dice la verità. Puoi provare a dialogarci, a capire quale insegnamento vuole portarti.

Magari, chissà, il viaggio obbligato insieme può diventare più piacevole a acquistare un senso inatteso.

 

Queste sono mie riflessioni che ho deciso di esternare nella #giornatamondialedelmalato del 2022. Non hanno affatto la pretesa di essere “verità” ma l’ambizione di suscitare riflessioni controintuitive e divergenti. Per favore, nessuno si senta offeso se crede di rientrare in qualcuna delle “categorie” succitate, dagli egocentrici agli amici che scappano davanti al dolore perché non sanno come affrontarlo. Va tutto bene. Anche i malati che non si sentono affatto “eletti” o privilegiati e che potrebbero avere l’impulso di mandarmi a fare la 💩. Va tutto bene. Respirate e fate come ho fatto io. Andate oltre quella rabbia, quel disagio o fastidio che le mie parole possono suscitare. Magari riuscite a trovare un messaggio per voi. 

🙏 Grazie per aver letto fino a qui!

Commenti

commenti

Share This